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Che gli Aztechi del Messico, assieme agli Incas del Perù, fossero i più antichi coltivatori di pomodoro, lo suggerisce anche un importante dato linguistico.

Il termine tomate, introdotto nel castigliano dal 1532 e successivamente nel francese, nel tedesco, nell'inglese (con tomato) e in diversi dialetti italiani (tomato è rimasto nell'attuale dialetto piemontese, mentre nel sardo si utilizzano ancora i nomi tomata e tomatiga) deriva, per la verità, da un errore, da tòmatl, che secondo la lingua nàhuatl degli indios aztechi indicava genericamente piante con frutto globoso, polpa succosa e numerosi semi. Nella medesima lingua, esisteva infatti una parola che indicava precisamente il pomodoro: xitòmatl, confusa probabilmente dai conquistadores europei, ma sopravvissuta tutt'oggi in alcune regioni del Messico, nel termine jitomate.

Più recente è invece il termine pomodoro, che si deve al padre della botanica italiana, Pier Andrea Mattioli (1501 ­ 1577). Il botanico senese nel trattato "Medici Senensis Commentarii" introduce la denominazione mala aurea, poi tradotto letteralmente in italiano con "pomodoro". Ma non sempre la diffusione di tale termine fu dovuta al Mattioli.

Li pummaroli napoletani, ad esempio, prendono il nome, nel 1799, dall'etimologia francese: all'epoca, le truppe transalpine chiamavano infatti questi frutti pomme d'or o pomme d'amour.
Quest'ultima espressione, peraltro, esplicita chiaramente le proprietà afrodisiache che furono attribuite ai pomodori tra XVII e XVIII secolo, e rende ragione anche alle espressioni love apple, Liebesapfel e pumu d'amuri, che si ritrovano nel corso del Settecento rispettivamente in Inghilterra, Germania e Sicilia
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